Esodo

Esodo (lat. exodus, dal greco ἔξοδος: uscita; il salvataggio biblico degli Ebrei dalla schiavitù in Egitto), emigrazione di un grande numero di persone da un determinato luogo. Il termine viene usato per due grandi ondate di emigrazione dall'Istria: quella dei Croati e degli Sloveni dopo la Prima guerra mondiale, quando l'Istria era parte d'Italia, nonché l'emigrazione per la maggior parte di Italiani dopo la Seconda guerra mondiale, quando l'Istria entrò a far parte della Jugoslavia. Per circa quattro decenni durante i due esodi dall'Istria e dalle zone contermini emigrarono diverse centinaia di migliaia di persone, con un continuo processo parallelo di arrivo di immigrati per un numero di poco inferiore al precedente (popolazione).

 

Il primo esodo fu causato dalle attività di tipo discriminatorio su base nazionale da parte delle autorità militari-occupatrici italiane, e in seguito anche dalle misure prese dal regime fascista. Sul territorio della neocostituita Venezia Giulia italiana (provincie di Gorizia, Trieste, Istria, Fiume e Zara) prima della guerra (1910) vivevano 963.315 abitanti: il 42,5% parlavano la lingua italiana, il 33,9% quella slovena ed il 16,7% la lingua croata. Secondo fonti attendibili, nel 1936 qui c'erano 1.001.719 abitanti: il 60,6% parlava l'italiano, il 25,1% lo sloveno, il 13,5% il croato. Se si prende in considerazione soltanto l'odierno territorio croato (la provincia di Zara e parte delle provincie di Pola e Fiume), ne deriva che nel 1910 c'erano 355.410 abitanti: il 43,6% parlava il croato, il 41,9% l'italiano, il 4,0% lo sloveno. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale si stima che c'erano sullo stesso territorio  353.983 abitanti di cui il 58,4% parlavano l'italiano, il 37,4% il croato e il 3,5% lo sloveno. In attesa di ricerche accurate, le stime sull'entità dell'esodo dei Croati e degli Sloveni dalla Venezia Giulia vanno tra i 70.000 e i 130.000 emigranti. Alcune stime demografiche parlano di 53.000 Croati che tra le due guerre si trasferirono in Jugoslavia (Žerjavić). È possibile ricostruire la dinamica dell'emigrazione. Nei primi anni a seguire la guerra gli alunni e studenti croati si trasferivano a Karlovac e Zagarbria, al fine di ultimare l'istruzione nella lingua materna. Allora se ne andarono anche gli impiegati croati (in special modo dagli uffici postali e dagli uffici in genere) perché le autorità italiane li sostituivano con personale giunto dall'Italia. La stessa sorte toccò anche agli appartenenti di una serie di popoli centroeuropei che in Istria, per la maggior parte a Pola, erano ufficiali austroungarici. In seguito, durante il periodo del governo fascista, a causa delle misure tese alla snazionalizzazione forzata, emigrarono anche operai e contadini. La maggior parte di essi si trasferì in Jugoslavia, dove furono dislocati nelle varie parti del paese (sino al Kosovo e alla Macedonia), ma una parte consistente si spostò anche verso i paesi d'oltremare e gli stati dell'Europa ccidentale. Con l'emigrazione dell'élite nazionale croata e slovena, ovvero dei cittadini e degli intellettuali, nonché di parte dei sacerdoti, fu paralizzata qualsiasi possibilità di realizzare un'ampia azione politica dei Croati e degli Sloveni.

Al secondo esodo si è giunti dopo la II guerra mondiale, ed ha colpito la zona che l'Italia aveva perso in base al Trattato di Parigi  (1947) ed il Memorandum di Londra (1954). Oltre allo spostamento dei confini statali e del peso psicologico e politico del fatto che per la prima volta in Istria veniva instaurato il potere croato e sloveno, l'emigrazione era mossa dalle azioni del potere jugoslavo e della polizia segreta, con delle misure rivoluzionarie in tutti i campi della vita sociale e con le esortazioni ad emigrare provenienti dall'Italia. Il peso del periodo fascista rendeva ancora più complessa la posizione degli Italiani perché in Jugoslavia, ma anche come emigranti nelle cerchie di sinistra in Italia venivano denominati collaborazionisti e fascisti. L'emigrazione iniziò ancora ai tempi della guerra, ovvero dopo la capitolazione dell'Italia (1943), con il ritiro della popolazione dalle zone colpite dalle operazioni belliche e con la partenza di parte degli Italiani arrivati in Istria ai tempi del dominio italiano. Seguì l'emigrazione proprio alla fine della guerra e durante il periodo che precedette la firma del Trattato di Parigi. Con questo Trattato la popolazione della zona che cambiava l'appartenenza statale, è stata data la possibilità di optare, ovvero il diritto di scegliere fra la cittadinanza jugoslava per rimanere o mantenere la cittadinanza italiana ed emigrare in Italia. Secondo le fonti dei servizi croati per gli affari interni, in base a questa disposizione, dal territorio croato verso la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta dello scorso secolo, emigrarono 156.000 optanti (97.000 persone maggiorenni e 34.000 minorenni, nonché 20.000 persone dalla parte croata del Territorio Libero di Trieste e 5.000  rinunciatari alla cittadinanza). Nella Zona B del TLT l'esodo raggiunse il proprio apice alla metà degli anni 50, dopo la firma del Memorandum di Londra. Una parte dei partecipanti all'esodo del dopoguerra si fermò a Trieste, una parte fu spostata in un centinaio di campi profughi nelle altre parti d'Italia, e molti emigrarono alla volta dell'America e dell'Australia. Le stime che trattano del numero degli emigrati sono differenti: in Italia si parla di solito di 350.000, e ci sono anche stime alquanto maggiori. Ricerche demografiche più recenti valutano un esodo di 220.000-225.000 persone, ovvero all'incirca 188.000 emigrati dal territorio che appartenne alla Croazia. Queste cifre sono vicine ai dati dell'istituzione italiana preposta all'aiuto ai profughi, l'Opera di Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati, che ha elencato in tutto 201.440 nomi, stimando che questo è circa l'80% del numero complessivo dei profughi, ovvero che in tutto ce ne potevano essere circa 250.000. Questo tema necessita sicuramente di ulteriori ricerche. Le conseguenze dell'emigrazione sono visibili nei censimenti della popolazione. In Croazia nel 1948 vivevano 76.093 Italiani, nel 1953 33.316, nel 1961 21.102, mentre sullo stesso territorio nel 1910 sono state censite 149.018 persone parlanti la lingua italiana. In Istria nel 1945 sono stati censiti 56.188 Italiani, nel 1948 34.722, nel 1953 18.981, nel 1961 14.354. Dopo la Seconda guerra mondiale se n'è andata la maggior parte della popolazione italiana, il che ebbe come conseguenza la passivizzazione dell'élite nazionale italiana, una serie di cambiamenti all'economia e alla società nonché una modificata identità culturale dell'Istria. In Italia dal 2004 il giorno della firma del Trattato di pace di Parigi (10 febbraio 1947) viene celebrato come la Giornata del ricordo, ovvero del ricordo dell'esodo dai territori che tra le due guerre appartennero all'Italia.

 

BIBLIOGRAFIA: V. Žerjavić, Doseljavanja i iseljavanja s područja Istre, Rijeke i Zadra u razdoblju 1910–1971, Društvena istraživanja, 1993, 6–7 (4–5); A. Matossi, F. Krasna, Il »Censimento riservato« del 1939 sulla popolazione alloglotta nella Venezia Giulia, Quaderni del Centro studi economico-politici »E. Vanoni«, Trieste, 1998, 3/4; M. Manin, uredio, Talijanska uprava na hrvatskom prostoru i egzodus Hrvata (1918–1943), Zbornik radova s Međunarodnog znanstvenog skupa, Zagreb 2001; isti, O povjerljivom popisivanju istarskih Hrvata provedenom 1939. godine (na temelju popisnoga materijala iz 1936. godine), Časopis za suvremenu povijest, 2002., 3;L. Giuricin, Troppe reticenze e giustificazioni nell’interpretazione dell’esodo. Risposta dovuta al saggio dello storico Petar Strčić sulla rivista La Battana, 2002, 39, 143.

M. Manin